2009-02-02

Monteverdi Ulisse (1640)

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http://www.kareol.es/obras/ilretornodeulisesinpatria/acto1.htm.
and
http://www.kareol.es/obras/ilretornodeulisesinpatria/acto2.htm.


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Claudio Monteverdi


Il ritorno d'Ulisse in patria

The Return of Ulysses to his Homeland


(1640)

SV 325

Libretto by Giacomo Badoaro





IL RITORNO DI
ULISSE IN PATRIA
Dramma per musica.
testi di
Giacomo Badoaro
musiche di
Claudio Monteverdi
Prima esecuzione: anno 1640, Venezia.
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Informazioni Il ritorno di Ulisse in patria
Cara lettrice, caro lettore, il sito internet www.librettidopera.it è dedicato ai libretti
d'opera in lingua italiana. Non c'è un intento filologico, troppo complesso per essere
trattato con le mie risorse: vi è invece un intento divulgativo, la volontà di far
conoscere i vari aspetti di una parte della nostra cultura.
Motivazioni per scrivere note di ringraziamento non mancano. Contributi e
suggerimenti sono giunti da ogni dove, vien da dire «dagli Appennini alle Ande».
Tutto questo aiuto mi ha dato e mi sta dando entusiasmo per continuare a migliorare e
ampliare gli orizzonti di quest'impresa. Ringrazio quindi:
chi mi ha dato consigli su grafica e impostazione del sito, chi ha svolto le operazioni
di aggiornamento sul portale, tutti coloro che mettono a disposizione testi e materiali
che riguardano la lirica, chi ha donato tempo, chi mi ha prestato hardware, chi mette a
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Infine ringrazio la mia famiglia, per il tempo rubatole e dedicato a questa
attività.
I titoli vengono scelti in base a una serie di criteri: disponibilità del materiale, data
della prima rappresentazione, autori di testi e musiche, importanza del testo nella
storia della lirica, difficoltà di reperimento.
A questo punto viene ampliata la varietà del materiale, e la sua affidabilità, tramite
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appassionati. Il materiale raccolto viene analizzato e messo a confronto: viene
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Quindi viene eseguita una revisione del testo tramite rilettura, e con un sistema
automatico di rilevazione sia delle anomalie strutturali, sia della validità dei lemmi.
Vengono integrati se disponibili i numeri musicali, e individuati i brani più
significativi secondo la critica.
Viene quindi eseguita una conversione in formato stampabile, che state leggendo.
Grazie ancora.
Dario Zanotti
Libretto n. 173, prima stesura per www.librettidopera.it: settembre 2008.
Ultimo aggiornamento: 19/02/2014.
In particolare per questo titolo si ringrazia la
Biblioteca nazionale «Braidense» di Milano
per la gentile collaborazione.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Personaggi



Claudio Monteverdi Il ritorno d'Ulisse in patria
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Performance and video information
Conductor Nikolaus Harnoncourt René Jacobs William Christie
Dramatis Personæ
L'UMANA FRAGILITÀ
mezzosoprano
Werner Hollweg
L'UMANA FRAGILITÀ .......... MEZZOSOPRANO
IL TEMPO .......... BASSO
LA FORTUNA .......... MEZZOSOPRANO
AMORE .......... MEZZOSOPRANO
GIOVE .......... TENORE
NETTUNO .......... BASSO
MINERVA .......... SOPRANO
GIUNONE .......... SOPRANO
ULISSE .......... TENORE
PENELOPE, sposa di Ulisse .......... MEZZOSOPRANO
TELEMACO, figlio di Ulisse .......... TENORE
EUMETE, pastore di Ulisse .......... TENORE
ANTINOO, uno dei proci, amatore di Penelope .......... BASSO
PISANDRO, uno dei proci, amatore di Penelope .......... TENORE
ANFINOMO, uno dei proci, amatore di
Penelope .......... TENORE
EURIMACO, amante di Melanto .......... TENORE
MELANTO al seguito di Penelope .......... MEZZOSOPRANO
IRO, parassita dei proci .......... TENORE
ERICLEA, nutrice di Ulisse .......... MEZZOSOPRANO
MERCURIO
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Personaggi Il ritorno di Ulisse in patria
Coro di Nereidi e Sirene.
Coro di Feaci.
Coro di Naiadi.
Coro di Marittimi.
Coro di Celesti.
Coro di Itacensi.
Ballo di Mori.
Libretto and Links
Act/# Libretto Harnoncourt
Zurich
1979
Jacobs
Concerto Vocale
1992
Christie
Les Arts Florissants
2002
Italian
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
La scena è in Itaca, isola del mar Ionio, ora nominata Iliachi.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Prologo
P R O L O G O
Sinfonia
Scena unica
L'Umana fragilità, Il Tempo, La Fortuna, Amore.
L'UMANA FRAGILITÀ Mortal cosa son io, fattura umana:
tutto mi turba, un soffio sol m'abbatte;
il tempo, che mi crea, quel mi combatte.
IL TEMPO Salvo è niente
dal mio dente:
ei rode,
ei gode.
Non fuggite, o mortali,
ché se ben zoppo ho l'ali.
Sinfonia
L'UMANA FRAGILITÀ Mortal cosa son io, fattura umana:
senza periglio invan ricerco loco,
che frale vita è di fortuna un gioco.
LA FORTUNA Mia vita son voglie,
le gioie, le doglie.
Son cieca, son sorda,
non vedo, non odo;
ricchezze, grandezze
dispenso a mio modo.
L'UMANA FRAGILITÀ Mortal cosa son io, fattura umana:
al tiranno d'amor serva se n' giace
la mia fiorita età verde e fugace.
Ritornello
AMORE Dio de' dèi feritor mi dice il mondo Amor.
Cieco saettator, alato, ignudo,
contro il mio stral non val difesa o scudo.
L'UMANA FRAGILITÀ Misera son ben io, fattura umana:
creder a ciechi e zoppi è cosa vana.
IL TEMPO Per me fragile.
LA FORTUNA Per me misero.
AMORE Per me torbido.
IL TEMPO, LA
FORTUNA E AMORE
Quest'uom sarà.
IL TEMPO Il tempo ch'affretta.
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Prologo Il ritorno di Ulisse in patria
LA FORTUNA Fortuna ch'alletta.
AMORE Amor che saetta.
IL TEMPO, LA
FORTUNA E AMORE
Pietate non ha.
Fragile, misero, torbido quest'uom sarà.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto primo
A T T O P R IMO
Scena prima
Reggia.
Penelope, Ericlea.
PENELOPE Di misera regina
non terminati mai dolenti affanni.
L'aspettato non giunge
e pur fuggono gli anni;
la serie del penar è lunga, ahi, troppo,
a chi vive in angosce il tempo è zoppo.
Fallacissima speme,
speranze non più verdi ma canute,
all'invecchiato male
non promette più pace o salute.
Scorsero quattro lustri
dal memorabil giorno
in cui con sue rapine
il superbo troiano
chiamò l'altra sua patria alle ruine.
A ragion arse Troia,
poiché l'amore impuro,
ch'è un delitto di foco,
si purga con le fiamme;
ma ben contro ragione per l'altrui fallo
condannata innocente
dall'altrui colpe io sono
l'afflitta penitente.
Ulisse accorto e saggio,
tu che punir gli adulteri ti vanti,
aguzzi l'armi e susciti le fiamme
per vendicar gli errori
d'una profuga greca, e intanto lasci
la tua casta consorte
fra nemici rivali
in dubbio dell'onore, in forse a morte.
Ogni partenza attende
desiato ritorno:
tu sol del tuo tornar perdesti il giorno.
ERICLEA Infelice Ericlea,
nutrice sconsolata,
compiangi il duol della regina amata.
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Atto primo Il ritorno di Ulisse in patria
PENELOPE Non è dunque per me varia la sorte?
Cangiò forse fortuna
la volubil ruota in stabil seggio?
E la sua pronta vela
ch'ogni uman caso porta
fra l'incostanza a volo,
sol per me non raccoglie un fiato solo.
Cangian per altri pur aspetto in cielo
le stelle erranti e fisse.
Torna, deh torna Ulisse!
Penelope t'aspetta,
l'innocente sospira,
piange l'offesa e contro
il tenace offensor né pur s'adira.
All'anima affannata
porto le sue discolpe
acciò non resti
di crudeltà macchiato,
ma fabbro de' miei danni incolpo il fato.
Così per tua difesa
col destino, col cielo
fomento guerre e stabilisco risse.
Torna, deh, torna Ulisse!
ERICLEA Partir senza ritorno
non può stella influir.
Non è partir, non è
ahi, che non è partir.
PENELOPE Torna il tranquillo al mare,
torna il zeffiro al prato,
l'aurora mentre al sol fa dolce invito
a un ritorno del dì che è pria partito.
Tornan le brine in terra,
tornano al centro i sassi,
e con lubrici passi,
torna all'oceano il rivo.
L'uomo qua giù ch'è vivo
lunge da' suoi principi
porta un'alma celeste e un corpo frale;
tosto more il mortale
e torna l'alma in cielo
e torna il corpo in polve
dopo breve soggiorno;
tu sol del tuo tornar perdesti il giorno.
Torna, ché mentre porti empie dimore
al mio fiero dolore,
veggio del mio morir l'ore prefisse.
Torna, deh torna Ulisse.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto primo
Sinfonia
Scena seconda
Melanto, Eurimaco.
MELANTO
Duri e penosi
son gli amorosi
fieri desir;
ma alfin son cari,
se prima amari,
gli aspri martir.
Ché s'arde un cor è d'allegrezza un foco,
né mai perde in amor chi compie il gioco.
Sinfonia
MELANTO Chi pria s'accende
procelle attende
da un bianco sen,
ma corseggiando
trova in amando
porto seren.
Si piange pria, ma alfin la gioia ha loco,
né mai perde in amor chi compie il gioco.
EURIMACO Bella Melanto mia,
graziosa Melanto,
il tuo canto è incanto,
il tuo volto è magia.
È tutto laccio in te ciò ch'altri ammaga;
ciò che laccio non è fa tutto piaga.
MELANTO Vezzoso garruletto,
o come ben tu sai
ingemmar le bellezze,
illustrar a tuo pro d'un volto i rai.
Lieto vezzeggia pur le glorie mie
con tue dolci bugie.
EURIMACO Bugia sarebbe s'io
lodando non t'amassi;
ché il negar d'adorar
confessata deità
è bugia d'empietà.
MELANTO E
EURIMACO
De' nostri amor concordi
sia pur la fiamma accesa,
ch'amato il non amar arreca offesa.
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Atto primo Il ritorno di Ulisse in patria
EURIMACO Né con ragion s'offende
colui che per offese amor ti rende.
MELANTO S'io non t'amo, cor mio, che sia di gelo
l'alma ch'ho in seno a tuoi begli occhi avante.
EURIMACO Se in adorarti cor non ho costante,
non mi sia stanza il mondo, o tetto il cielo.
MELANTO E EURIMACO
Dolce mia vita sei,
lieto mio ben sarai,
nodo sì bel non si disciolga mai.
MELANTO Come il desio m'invoglia,
Eurimaco, mia vita,
senza fren, senza morso
dar nel tuo sen alle mie gioie il corso.
EURIMACO O come volentieri
cangerei questa reggia in un deserto
ove occhio curioso
a veder non giungesse i nostri errori.
MELANTO E EURIMACO
Ché ad un focoso petto
il rispetto è dispetto.
EURIMACO Se Penelope bella
non si piega alle voglie
de' rivali amatori,
mal sicuri staranno
i nostri occulti amori.
Tu dunque t'affatica,
suscita in lei la fiamma.
MELANTO Ritenterò quell'alma
pertinace ostinata,
ritoccherò quel core
ch'indiamanta l'onore.
MELANTO E EURIMACO
Dolce mia vita sei,
lieto mio ben sarai,
nodo sì bel non si disciolga mai.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto primo
Scena terza
Marittima.
Coro di Nereidi e Sirene.
[Questa scena manca dallo spartito.]
NEREIDI Fermino i sibili,
sibili e fremiti
i venti e il mar.
SIRENE Aura, tranquillati;
bell'onda, calmati.
L'addormentato
deh, non svegliar.
NEREIDI Tacete, Sirene,
se tace Nettuno.
SIRENE Nereidi, tacete
se tace l'irato.
NEREIDI, SIRENE Tacete, venti,
silenzio o mar.
Ulisse dorme:
non lo destar.
Scena quarta
I Feaci attraversano il mare con le loro barche, sbarcano con Ulisse
che dorme e lo lasciano all'entrata della grotta delle Naiadi con il suo
tesoro.
Questa scena è muta ed accompagnata da una sinfonia.
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Atto primo Il ritorno di Ulisse in patria
Scena quinta
Nettuno sorge dal mare, poi Giove.
NETTUNO Superbo è l'uom ed è del suo peccato
cagion, benché lontana; il ciel cortese
facile ahi troppo in perdonar l'offese.
Fa guerra col destin, pugna col fato,
tutt'osa, tutt'ardisce
l'umana libertate,
indomita si rende,
a l'arbitrio de l'uom col ciel contende.
Ma se Giove benigno
i trascorsi de l'uom troppo perdona,
tenga, egli a voglia sua nella gran destra
il fulmine ozioso.
Tengalo invendicato,
ma non soffra Nettuno
col proprio disonor l'uman peccato.
Sinfonia
GIOVE Gran dio de' salsi flutti,
che mormori e vaneggi
contro l'alta bontà del dio sovrano?
Mi stabilì per Giove
la mente mia pietosa
più ch'armata la mano.
Questo fulmine atterra,
la pietà persuade,
fa adorar la pietade,
ma non adora più che cade a terra.
Ma qual giusto desio d'aspra vendetta
furioso ti move
ad accusar l'alta bontà di Giove?
NETTUNO Hanno i feaci arditi
contro l'alto voler del mio decreto
han Ulisse condotto
in Itaca sua patria, onde rimane
e l'umano ardimento
de l'offesa deitade
ingannato l'intento.
Vergogna e non pietade
comanda il perdonar fatti sì rei.
Così di nome solo
son divini gli dèi.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto primo
GIOVE Non sien discare al ciel le tue vendette,
ché comune ragion ci tiene uniti,
puoi da te stesso castigar gli arditi.
NETTUNO Or già che non dissente
il tuo divin volere,
darò castigo al temerario orgoglio;
la nave loro andante
farò immobile scoglio.
GIOVE Facciasi il tuo comando,
veggansi l'alte prove
abbian l'onde il suo Giove;
e chi andando peccò pera restando.
Scena sesta
Coro di Feaci in mare, poi Nettuno.
FEACI
In questo basso mondo
l'uomo puol
quanto vuol.
Tutto fa, tutto fa,
ché 'l ciel del nostro oprar pensier non ha.
NETTUNO Ricche d'un nuovo scoglio
sien quest'onde fugaci.
Imparino i feaci in questo giorno
che l'umano viaggio
quand'ha contrario il ciel non ha ritorno.
Scena settima
Ulisse si sveglia dal sonno.
Sinfonia di viole
ULISSE Dormo ancora o son desto?
Che contrade rimiro?
Qual aria vi respiro?
E che terren calpesto?
Chi fece in me, chi fece
il sempre dolce e lusinghevol sonno
ministro de' tormenti,
chi cangiò il mio riposo in ria sventura?
Continua nella pagina seguente.
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Atto primo Il ritorno di Ulisse in patria
ULISSE Qual deità de' dormienti ha cura?
O sonno, o mortal sonno!
Fratello della morte altri ti chiama.
Solingo trasportato,
deluso ed ingannato,
ti conosco ben io, padre d'errori.
Pur degli errori miei son io la colpa.
Ché se l'ombra è del sonno
sorella o pur compagna,
chi si confida all'ombra
perduto alfin contro ragion si lagna.
O dèi sempre sdegnati,
numi non mai placati,
contro Ulisse che dorme anco severi,
vostri divini imperi
contro l'uman voler sien fermi e forti,
ma non tolgano, ahimè, la pace ai morti.
Feaci ingannatori,
voi pur mi prometteste
di ricondurmi salvo
in Itaca mia patria
con le ricchezze mie, co' miei tesori.
Feaci mancatori,
or non so com'ingrati mi lasciaste
in questa riva aperta,
su spiaggia erma e deserta,
misero, abbandonato;
e vi porta fastosi
e per l'aure e per l'onde
così enorme peccato!
Se puniti non son sì gravi errori,
lascia, Giove, deh, lascia
de' fulmini la cura,
ché la legge del caso è più sicura.
Sia delle vostre vele,
falsissimi feaci,
sempre Borea inimico,
e sian qual piuma al vento o scoglio in mare
le vostre infide navi:
leggere agli aquiloni, all'aure gravi.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto primo
Scena ottava
Minerva in abito da pastorello, Ulisse.
Sinfonia
MINERVA
(in abito da pastorello)
Cara e lieta gioventù
che disprezza empio desir,
non dà a lei noia o martir
ciò che viene e ciò che fu.
Ritornello
ULISSE (fra sé parla e dice)
(Sempre l'uman bisogno il ciel soccorre.
Quel giovinetto tenero negli anni,
mal pratico d'inganni,
forse che 'l mio pensier farà contento:
ché non ha frode in seno
chi non ha pelo al mento.)
MINERVA
Giovinezza è un bel tesor
che fa ricco in gioia un sen.
Per lei zoppo il tempo vien,
per lei vola alato Amor.
ULISSE Vezzoso pastorello,
deh sovvieni un perduto
di consiglio e d'aiuto, e dimmi pria
di questa spiaggia e questo porto il nome.
MINERVA Itaca è questa in sen di questo mare,
porto famoso e spiaggia
felice avventurata.
Faccia gioconda e grata
a sì bel nome fai.
Ma tu come venisti e dove vai?
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Atto primo Il ritorno di Ulisse in patria
ULISSE Io greco sono ed or di Creta io vengo
per fuggir il castigo
d'omicidio eseguito;
m'accolsero i feaci e m'han promesso
in Elide condurmi,
ma dal cruccioso mar dal vento infido
fummo a forza cacciati in questo lido.
Sin qui, pastor, ebbi nemico il caso.
Ma sbarcato al riposo,
per veder quieto il mar secondo i venti,
colà m'addormentai sì dolcemente,
ch'io non udii né vidi
de' feaci crudeli
la furtiva partenza, ond'io rimasi
con le mie spoglie in su l'arena ignuda
isconosciuto e solo,
e 'l sonno che partì lasciommi il duolo.
MINERVA Ben lungamente addormentato fosti
ch'ancor ombra racconti e sogni narri.
È ben accorto Ulisse,
ma più saggia è Minerva.
Tu dunque, Ulisse, i miei precetti osserva.
ULISSE Chi crederebbe mai
le deità vestite in uman velo!
Si fanno queste mascherate in cielo?
Grazie ti rendo, o protettrice dèa:
ben so che per tuo amore
furon senza periglio i miei pensieri.
Or consigliato seguo
i tuoi saggi consigli.
MINERVA Incognito sarai,
non conosciuto andrai sinché tu vegga
dei Proci tuoi rivali
la sfacciata baldanza.
ULISSE O fortunato Ulisse!
MINERVA Di Penelope casta
l'immutabil costanza.
ULISSE O fortunato Ulisse!
MINERVA Or t'adacqua la fronte
nella vicina fonte,
ch'anderai sconosciuto
in sembiante canuto.
ULISSE Ad obbedirti vado, indi ritorno.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto primo
MINERVA Io vidi per vendetta
incenerirsi Troia, ora mi resta
Ulisse ricondur in patria in regno;
d'un'oltraggiata dèa questo è lo sdegno.
Quinci imparate voi stolti mortali,
al litigio divin non poner bocca;
il giudizio del ciel a voi non tocca,
ché son di terra i vostri tribunali.
ULISSE Eccomi, saggia dèa,
questi peli che guardi
sono di mia vecchiaia
testimoni bugiardi.
MINERVA Or poniamo in sicuro
queste tue spoglie amate
dentro quell'antro oscuro
delle Naiadi, ninfe al ciel sacrate.
MINERVA E ULISSE
Ninfe serbate
le gemme e gl'ori,
spoglie e tesori,
tutto serbate,
ninfe sacrate.
Scena nona
Coro di Naiadi, Minerva, Ulisse.
CORO DI NAIADI
Bella diva, eccoci pronte
al tuo cenno, al tuo voler;
e quest'antro, e quella fonte
spruzza e s'apre a tuo piacer.
Itaca lieta si mostra, sì,
al bel ristoro d'Ulisse un dì!
MINERVA Tu d'Aretusa al fonte intanto vanne
ove il pastor Eumete,
tuo fido antico servo,
custodisce la gregge: ivi m'attendi
in sin che pria di Sparta io ti conduca
Telemaco tuo figlio;
poi d'eseguir t'appresta il mio consiglio.
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Atto primo Il ritorno di Ulisse in patria
ULISSE
O fortunato Ulisse,
fuggi del tuo dolor l'antico error!
Lascia il pianto,
dolce canto
dal tuo cor lieto disserra.
Non si disperi più mortale in terra.
O fortunato Ulisse!
Cara vicenda
si può soffrir,
or diletto, or martir, or pace, or guerra.
Non si disperi più mortale in terra.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto secondo
A T T O S E C O N D O
Scena prima
Reggia.
Penelope, Melanto.
PENELOPE Donate un giorno, o dèi
contento a' desir miei.
MELANTO Cara amata regina,
avveduta e prudente
per tuo sol danno sei:
men saggia io ti vorrei.
A che sprezzi gli ardori
dei viventi amatori
per attender conforti
dal cenere de' morti?
Non fa torto chi gode a chi è sepolto.
L'ossa del tuo marito
estinto, incenerito,
del tuo dolor non san poco né molto;
e chi attende pietà da morto è stolto.
La fede e la costanza
son preclare virtù; le stima amante
vivo, e non l'apprezza
perché de' sensi privo
un uom che fu. D'una memoria grata
s'appagano i defunti,
stanno i vivi coi vivi in un congiunti.
Un bel viso fa guerra,
il guerriero costume al morto spiace,
ché non cercan gli estinti altro che pace.
Langue sotto i rigori
de' tuoi sciapiti amori
la più fiorita età,
ma vedova beltà di te si duole,
ché dentro ai lunghi pianti
mostri sempre in acquario un sì bel sole.
Ama dunque, ché d'amore
dolce amica è la beltà.
Dal piacere il tuo dolore
saettato caderà.
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Atto secondo Il ritorno di Ulisse in patria
PENELOPE Amor è un idol vano,
è un vagabondo nume,
all'incostanze sue non mancan piume;
del suo dolce sereno
è misura il baleno. Un giorno solo
cangia il piacer in duolo.
Sono i casi amorosi
di Tesei e di Giasoni ohimè son pieni:
incostanza e rigore,
pene e morte e dolore,
dell'amoroso ciel splendori fissi
san cangiar in Giason anche gli Ulissi.
MELANTO Perché Aquilone infido
turbi una volta il mar
distaccarsi dal lido
animoso nocchier non dée lasciar?
Sempre non guarda in ciel
torva una stella,
ha calma ogni procella.
Ama dunque, ché d'amore
dolce amica è la beltà.
Dal piacere il tuo dolore
saettato caderà.
PENELOPE Non dée di nuovo amar
chi misera penò:
torna stolta a penar chi prima errò.
Scena seconda
Boscareccia.
Eumete solo.
EUMETE O come mal si salva un regio amante
da sventure e da mali.
Meglio i scettri regali
che i dardi de' pastor imperla il pianto.
Seta vestono ed ori
i travagli maggiori.
È vita più sicura
della ricca ed illustre
la povera ed oscura.
Colli, campagne e boschi,
se stato uman felicità contiene,
in voi s'annida il sospirato bene.
Continua nella pagina seguente.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto secondo
EUMETE Erbosi prati, in voi
nasce il fior del diletto,
frutto di libertade in voi si coglie,
son delizie dell'uom le vostre foglie.
Scena terza
Iro ed Eumete.
IRO Pastor d'armenti può
prati e boschi lodar,
avvezzo nelle mandre a conversar.
Quest'erbe che tu nomini
sono cibo di be... pastor, di bestie e
non degli uomini.
Colà fra regi io sto,
tu fra gli armenti qui.
Tu godi e tu conversi tutto il dì
amicizie selvatiche,
io mangio i tuoi compagni, pastor,
e le tue pratiche!
EUMETE Iro, gran mangiatore,
Iro, divoratore,
Iro, loquace!
Mia pace non perturbar,
corri, corri a mangiar!
Corri, corri a crepar!
Scena quarta
Eumete, poi Ulisse in sembianze di vecchio.
EUMETE Ulisse generoso!
Fu nobile intrapresa
lo spopolar, l'incenerir cittadi;
ma forse il ciel irato
nella caduta del troiano regno
volle la vita tua
per vittima al suo sdegno.
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Atto secondo Il ritorno di Ulisse in patria
ULISSE Se del nomato Ulisse
tu vegga in questo giorno
desiato il ritorno,
accogli questo vecchio
povero ch'ha perduto
ogni mortal aiuto
nella cadente età, nell'aspra sorte;
gli sia la tua pietà scorta alla morte.
EUMETE Ospite mio sarai,
cortese albergo avrai. Sono i mendici
favoriti del ciel, di Giove amici.
ULISSE Ulisse, Ulisse è vivo!
La patria lo vedrà,
Penelope l'avrà;
ché il fato non fu mai d'affetto privo,
maturano il destin le sue dimore,
credilo a me pastore.
EUMETE Come lieto t'accoglio,
mendica deità.
Il mio lungo cordoglio
da te vinto cadrà.
Seguimi amico pur,
riposo avrai sicur.
Scena quinta
Telemaco e Minerva sul carro.
Sinfonia
TELEMACO Lieto cammino,
dolce viaggio,
passa il carro divino
come che fosse un raggio.
MINERVA E
TELEMACO
Gli dèi possenti
navigan l'aure,
solcano i venti.
MINERVA Eccoti giunto alle paterne ville,
Telemaco prudente.
Non ti scordar già mai de' miei consigli,
ché se dal buon sentier travia la mente
incontrerai perigli.
TELEMACO Periglio invan mi guida
se tua bontà m'affida.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto secondo
Scena sesta
Eumete, Ulisse, Telemaco.
EUMETE O gran figlio d'Ulisse
è pur ver che tu torni
a serenar della tua madre i giorni,
e pur sei giunto al fine
di tua casa cadente
a riparar l'altissime ruine?
Fugga, fugga il cordoglio e cessi il pianto.
Facciam, o peregrino,
all'allegrezze nostre onor col canto.
EUMETE E ULISSE
Verdi spiagge, al lieto giorno
rabbellite erbette e fiori,
scherzin l'aure con gli amori,
ride il ciel al bel ritorno.
TELEMACO Vostri cortesi auspici a me son grati.
Manchevole piacer però m'alletta,
ch'esser calma non puote alma ch'aspetta.
EUMETE Questo che tu qui miri
sopra gli omeri stanchi
portar gran peso d'anni e mal involto
da ben laceri panni, egli m'accerta
che d'Ulisse il ritorno
fia di poco lontan da questo giorno.
ULISSE Pastor, se no 'l fia ver, ch'al tardo passo
si trasformi in sepolcro il primo sasso,
e la morte che meco amoreggia d'intorno
ora porti a miei dì l'ultimo giorno.
EUMETE E ULISSE
Dolce speme il cor lusinga,
lieto annunzio ogni alma alletta,
s'esser paga non puote alma ch'aspetta.
TELEMACO Vanne pur tu veloce,
Eumete, alla reggia e del mio arrivo
fa' ch'avvisata sia
la genitrice mia.
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Atto secondo Il ritorno di Ulisse in patria
Scena settima
Telemaco, Ulisse.
Scende dal cielo un raggio di fuoco, sopra il capo d'Ulisse, s'apre la terra
e Ulisse si profonda.
TELEMACO Che veggio, ohimè, che miro?
Questa terra vorace i vivi inghiotte,
apre bocche e caverne
d'umano sangue ingorde, e più non soffre
del viator il passo,
ma la carne dell'uom tranghiotte il sasso.
Che prodigi son questi?
Dunque, patria, apprendesti
a divorar le genti?
Rispondono anco ai vivi i monumenti.
Così dunque, Minerva,
alla patria mi doni?
Questa è patria comune
se di questo ragioni?
Ma se presta ho la lingua,
ho la memoria pigra.
Quel pellegrin ch'or ora
per dar fede a menzogne
chiamò sepolcri ed invitò la morte
dal giusto ciel punito
restò qui seppellito. Ah, caro padre,
dunque in modo sì strano
m'avvisa il tuo morire
il ciel di propria mano?
Ahi, che per farmi guerra
fa stupori e miracoli la terra.
Qui risorge Ulisse in sua propria forma.
TELEMACO Ma che nuovi portenti, ohimè, rimiro?
Fa cambio, fa permuta
con la morte la vita?
Non sia più che più chiami
questa caduta amara,
se col morir ringiovanir s'impara.
ULISSE Telemaco, convienti
cangiar le meraviglie in allegrezze,
ché se perdi il mendico il padre acquisti.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto secondo
TELEMACO Benché Ulisse si vanti
di prosapia celeste,
trasformarsi non puote uomo mortale,
tanto Ulisse non vale.
O scherzano gli dèi,
o pur mago tu sei.
ULISSE Ulisse, Ulisse sono:
testimonio è Minerva,
quella che te portò per l'aria a volo.
La forma cangia a me come le aggrada,
perché sicuro e sconosciuto vada.
TELEMACO O padre sospirato.
ULISSE O figlio desiato.
TELEMACO Genitor glorioso.
ULISSE Pegno dolce amoroso.
TELEMACO T'inchino o mio diletto.
ULISSE Ecco ti stringo al petto.
TELEMACO Filiale dolcezza...
ULISSE Paterna tenerezza...
TELEMACO ...a lagrimar mi sforza.
ULISSE ...il pianto in me rinforza.
TELEMACO E ULISSE Mortal tutto confida e tutto spera,
ché quando il ciel protegge
natura non ha legge:
l'impossibile ancor spesso s'avvera.
ULISSE
Vanne alla madre, va';
porta alla reggia il piè.
Sarò tosto con te,
ma pria canuto il pel ritornerà.
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Atto terzo Il ritorno di Ulisse in patria
A T T O T E R Z O
Scena prima
Reggia.
Melanto, Eurimaco.
MELANTO Eurimaco, la donna
insomma ha un cor di sasso,
parola non la muove,
priego invan la combatte;
dentro del mal d'amore
sempre tenace ha l'alma,
o di fede o d'orgoglio
in ogni modo è scoglio.
Nemica o pur amante,
non ha di cera il cor, ma di diamante.
EURIMACO E pur udii sovente
la poetica schiera
cantar donna volubile e leggera.
MELANTO Ho speso invan parole, indarno prieghi
per condur la regina a nuovi amori;
l'impresa è disperata,
odia non che l'amor, l'esser amata.
EURIMACO Peni chi brama,
stenti chi vuol,
goda fra l'ombre
chi ha in odio il sol.
MELANTO Penelope trionfa
nella doglia e nel pianto,
fra martiri e contenti,
vive lieta Melanto.
Ella in pene si nutre, io fra diletti
amando mi giocondo,
fra sì vari pensier più bello è il mondo.
EURIMACO Godendo,
ridendo
si lacera il duol.
MELANTO Amiamo,
godiamo,
e dica chi vuol.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto terzo
Scena seconda
Antinoo, Anfinomo, Pisandro, Eurimaco, Penelope.
ANTINOO Sono l'altre regine
coronate di servi e tu d'amanti.
Tributan questi regi
al mar di tua bellezza un mar di pianti.
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
Ama dunque, sì, sì,
dunque riama un dì.
PENELOPE Non voglio amar, no, no,
ch'amando penerò.
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
Ama dunque, sì, sì,
dunque riama un dì.
PENELOPE Cari tanto mi siete
quanto più ardenti ardete;
ma non m'appresso all'amoroso gioco,
ché lunge è bel più che vicino il foco.
Non voglio amar, no, no,
ch'amando penerò.
PISANDRO La pampinosa vite
se non s'abbraccia al faggio,
l'autun non frutta e non fiorisce il maggio;
e se fiorir non resta
ogni mano la coglie,
ogni piè la calpesta.
ANFINOMO Il bel cedro odoroso
vive, se non s'incalma
senza frutto, spinoso;
ma se s'innesta poi
figliano frutti e fior gli spini suoi.
ANTINOO L'edera che verdeggia
ad onta anco del verno,
d'un bel smeraldo eterno,
se non s'appoggia perde
tra l'erbose rovine il suo bel verde.
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
Ama dunque, sì, sì,
dunque riama un dì.
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Atto terzo Il ritorno di Ulisse in patria
PENELOPE Non voglio amar, non voglio!
Come sta in dubbio un ferro
se fra due calamite,
da due parti diverse egli è chiamato,
così sta in forse il core
nel tripartito amore.
Ma non può amar
chi non sa, chi non può
che pianger e penar.
Mestizia e dolor
son crudeli nemici d'amor.
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
All'allegrezze dunque, al ballo, al canto!
Rallegriam la regina:
lieto cor ad amar tosto s'inchina.
Scena terza
Qui escono otto Mori che fanno un ballo greco, cantato con i seguenti
versi.
MORI
Dame in amor belle e gentil
amate allor che ride april;
non giunge al sen gioia, o piacer
se tocca il crin l'età senil
dunque al gioir, lieto al goder
dame in amor belle e gentil.
Vaga nel spin la rosa sta,
ma non nel gel, bella è beltà:
perde il splendor torbido ciel
ciglio in rigor non è più bel.
Scena quarta
Eumete e Penelope, i Proci a parte.
EUMETE Apportator d'alte novelle vengo!
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto terzo
EUMETE
È giunto, o gran regina,
Telemaco tuo figlio,
e forse non fia vana
la speme ch'io t'arreco:
Ulisse, il nostro rege,
il tuo consorte, è vivo,
e speriam non lontano,
il suo bramato arrivo!
PENELOPE Per sì dubbie novelle
o s'addoppia il mio male
o si cangia il tenor delle mie stelle.
Scena quinta
Antinoo, Anfinomo, Pisandro, Eurimaco.
ANTINOO Compagni, udiste? Il nostro
vicin rischio mortale
vi chiama a grandi e risolute imprese.
Telemaco ritorna e forse Ulisse.
Questa reggia da voi
violata e offesa
dal suo signor aspetta
tarda bensì, ma prossima vendetta.
Chi d'oltraggiar fu ardito
neghittoso non resti
in compir il delitto. In sin ad ora
fu il peccato dolcezza,
ora il vostro peccar fia sicurezza,
ché lo sperar favori è gran pazzia
da chi s'offese pria.
ANFINOMO E
PISANDRO
N'han fatto l'opre nostre
inimici d'Ulisse.
L'oltraggiar l'inimico unqua disdisse.
ANTINOO Dunque l'ardir s'accresca,
e pria ch'Ulisse arrivi
Telemaco vicin togliam dai vivi!
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
Sì, sì, de' grandi amori
sono figli i gran sdegni;
quel fere i cori e quest'abbatte i regni.
Qui vola sopra il capo dei Proci un'aquila.
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Atto terzo Il ritorno di Ulisse in patria
EURIMACO Chi dall'alto n'ascolta
or ne risponde, amici:
mute lingue del ciel sono gli auspici.
Mirate, ohimè mirate
del gran Giove l'augello.
Ne predice rovine,
ne promette flagello.
Muova al delitto il piede
chi giusto il ciel non crede.
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
Crediam al minacciar del ciel irato,
ché chi non teme il cielo
raddoppia il suo peccato.
ANTINOO Dunque prima che giunga
il filial soccorso,
per abbatter quel core
facciam ai doni almen grato ricorso,
perché ha la punta d'or lo stral d'Amore.
EURIMACO L'oro sol, l'oro sia
l'amorosa magia.
Ogni cor femminil se fosse pietra,
tocco dall'or si spetra.
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
Amor è un'armonia,
sono canti i sospiri,
ma non si canta ben se l'or non suona;
non ama, chi non dona.
Scena sesta
Boscareccia.
Ulisse, poi Minerva in abito maestro.
ULISSE Perir non può chi tien per scorta il cielo,
chi ha per compagno un dio.
A grand'imprese, è ver, volto son io,
ma fa peccato grave
chi difeso dal ciel il mondo pave.
MINERVA O coraggioso Ulisse,
io farò che proponga
la tua casta consorte
giuoco che a te fia gloria
Continua nella pagina seguente.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto terzo
MINERVA e sicurezza e vittoria
e a' proci morte.
Allor che l'arco tuo ti giunge in mano
e strepitoso tuon fiero t'invita
saetta pur che la tua destra ardita
tutti conficcherà gli estinti al piano,
io starò teco e con celeste lampo
atterrerò l'umanità soggetta:
cadran vittime tutti alla vendetta
ché i flagelli del ciel non hanno scampo.
ULISSE Sempre è cieco il mortale
ma all'or si dée più cieco
chi 'l precetto divin devoto osserva
io ti seguo Minerva.
Scena settima
Eumete, Ulisse.
EUMETE Io vidi, o pellegrin, de' proci amanti
l'ardir infermarsi,
l'ardore gelar;
negli occhi tremanti
il cor palpitar:
il nome sol d'Ulisse,
quest'alme ree trafisse.
ULISSE
Godo anch'io né so come;
rido, né so perché.
Tutto gioisco,
ringiovanisco,
ben lieto affé.
EUMETE Tosto ch'avrem con povera sostanza
i corpi invigoriti, andrem veloci.
Vedrai di quei feroci
fieri i costumi, i gesti
impudenti, inonesti.
ULISSE Non vive eterna l'arroganza in terra:
la superbia mortal tosto s'abbatte,
ché il fulmine del ciel gli olimpi atterra.
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Atto quarto Il ritorno di Ulisse in patria
A T T O Q U A R T O
Scena prima
Reggia.
Telemaco, Penelope.
TELEMACO Del mio lungo viaggio i torti errori
già vi narrai, regina.
Ora tacer non posso
della veduta greca
la bellezza divina.
M'accolse Elena bella:
io mirando stupii,
dentro a quei raggi immerso
che di paridi pieno
non fosse l'universo;
alla figlia di Leda
un sol Paride, dissi, è poca preda.
Povere fur le stragi
furon lievi gli incendi a tanto foco
che se non arde un mondo, il resto è poco.
Io vidi in que' begl'occhi,
dell'incendio troiano
le nascenti scintille
le bambine faville
e ben prima potea
astrologo amoroso da quei giri di foco
profetar fiamme e indovinar ardori
da incenerir città, non men che cori.
Paride, è ver, morì,
Paride ancor gioì.
Con la vita pagar convenne l'onta;
ma così gran piacere
una morte non sconta.
Si perdoni a quell'alma il grave fallo:
la bella greca porta
nel suo volto beato
tutte le scuse del troian peccato.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quarto
PENELOPE Beltà troppo funesta, ardor iniquo
di rimembranze indegno
ti seminò lo sdegno
non tra i fiori d'un volto,
ma fra i strisci d'un angue,
ché mostro è quell'amore che nuota in sangue.
Memoria così trista
disperda pur l'oblio,
vaneggia la tua mente,
folleggia il tuo desio.
TELEMACO Non per vana follia
Elena ti nomai, ma perché essendo
nella famosa Sparta
circondato improvviso
dal volo d'un augel destro e felice,
Elena ch'è maestra
dell'indovine scienze e degli auguri
tutta allegra mi disse
ch'era vicino Ulisse e che dovea
dar morte ai proci e stabilirsi il regno.
Scena seconda
Antinoo, Eumete, Iro, Ulisse, Penelope.
ANTINOO Sempre villano Eumete,
sempre, sempre t'ingegni
di perturbar la pace,
d'intorbidir la gioia,
oggetto di dolore,
ritrovator di noia, hai qui condotto
un infesto mendico,
un noioso importuno
che con sue voglie ingorde
non farà che guastar le menti liete.
EUMETE L'ha condotto Fortuna
alle case d'Ulisse
ove pietà s'aduna.
ANTINOO Rimanga ei teco a custodir la gregge
e qui non venga dove
civile nobiltà comanda e regge.
EUMETE Civile nobiltà non è crudele,
né puote anima grande
sdegnar pietà che nasce
de' regi tra le fasce.
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Atto quarto Il ritorno di Ulisse in patria
ANTINOO Arrogante plebeo!
Insegnar opre eccelse
a te vil uom non tocca,
né dée parlar di re villana bocca.
E tu, povero indegno,
fuggi da questo regno!
IRO Partiti, movi il piè!
Se sei qui per mangiar son pria di te.
ULISSE Uomo di grosso taglio,
di larga prospettiva,
benché canuto ed invecchiato sia
non è vile però l'anima mia.
Se tanto mi concede
l'alta bontà regale
trarrò il corpaccio tuo sotto il mio piede,
mostruoso animale.
IRO E che sì, rimbambito guerriero,
vecchio importuno,
e che sì, che ti strappo
i peli della barba ad uno ad uno!
ULISSE Voglio perder la vita
se di forza e di vaglia
io non ti vinco or or, sacco di paglia!
ANTINOO Vediam, regina, in questa bella coppia
d'una lotta di braccia, stravagante duello.
TELEMACO Il campo io t'assicuro,
pellegrin sconosciuto.
IRO Anch'io ti do franchigia,
combattitor non barbuto.
ULISSE La gran disfida accetto,
cavaliero panciuto!
IRO Su, su dunque, alla lotta, su, su!
Alla ciuffa, alla lotta, su, su!
(segue la lotta)
IRO Son vinto, ohimè!
ANTINOO Tu vincitor perdona
a chi si chiama vinto.
Iro puoi ben mangiar, ma non lottar.
PENELOPE Valoroso mendico! In corte resta
onorato e sicuro,
ché non è sempre vile
chi veste manto povero ed oscuro.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quarto
Scena terza
Pisandro, Anfinomo, Melanto, Antinoo, Eumete, Iro, Ulisse, Penelope.
ANFINOMO Generosa regina!
Anfinomo a te s'inchina, e ciò che diede
larga e prodiga sorte
dona a te, per te aduna
tua novella fortuna.
Questa regal corona
che di comando è segno
ti lascia in testimon di ciò che dona.
Dopo il dono del core
non ha dono maggiore.
PENELOPE Anima generosa,
prodigo cavaliere, ben sei d'impero degno,
ché non merita men chi dona un regno.
PISANDRO Se t'invoglia il desio
d'accettar regni in dono
ben so donar anch'io
ed anch'io rege sono.
Queste pompose spoglie,
questi regali ammanti
confessano superbi
i miei ossequi, i tuoi canti.
PENELOPE Nobil contesa e generosa gara
ove amator discreto
l'arte del ben amar donando impara.
ANTINOO Il mio cor che t'adora
non ti vuol sua regina:
l'anima che s'inchina ad adorarti
deità vuol chiamarti,
e come dèa t'incensa coi sospiri,
fa vittime i desiri e con quest'ori
t'offre voti ed onori.
PENELOPE Non andran senza premio
opre cotanto eccelse,
ché donna quando dona
se non è prima accesa, allor s'accende,
e donna quando toglie
se non è prima resa al cor s'arrende.
Or t'affretta Melanto e qui m'arreca
l'arco del forte Ulisse e la faretra:
Continua nella pagina seguente.
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Atto quarto Il ritorno di Ulisse in patria
PENELOPE e chi sarà di voi
con l'arco poderoso
saettator più fiero avrà d'Ulisse
e la moglie e l'impero.
TELEMACO Ulisse, e dove sei?
Che fai che non ripari le tue perdite
e in un gli affanni miei?
PENELOPE Ma che promise
bocca facile, ahi, troppo
discordante dal core.
Numi del cielo! S'io 'l dissi
snodaste voi la lingua, apriste i detti,
saran tutti del cielo e delle stelle
prodigiosi effetti.
ANTINOO, ANFINOMO E PISANDRO
Lieta, soave gloria,
grata e dolce vittoria!
Cari pianti degli amanti!
Cor fedele, costante sen
cangia il torbido in seren.
PENELOPE Ecco l'arco d'Ulisse,
anzi l'arco d'Amor
che dée passarmi il cor.
Anfinomo, a te lo porgo:
chi fu il primo a donar
sia il primo a saettar.
Sinfonia
ANFINOMO Amor, se fosti arciero in saettarmi,
or dà forza a quest'armi
ché vincendo dirò:
s'un arco mi ferì,
un arco mi sanò.
(fa prova di caricar l'arco e non può)
Il braccio non vi giunge,
il polso non v'arriva.
Ceda la vinta forza,
col non poter anche il desio s'ammorza.
Sinfonia
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quarto
PISANDRO Amor, picciolo nume
non sa di saettar:
se trafigge i mortali
son le saette sue sguardi, non strali,
ch'a nume pargoletto
negano d'obbedir l'arme di Marte.
Tu, fiero dio, le mie vittorie affretta,
il trionfo di Marte a te s'aspetta.
(fa prova di caricar l'arco, ma non può)
Com'intrattabile,
com'indomabile
l'arco si fa!
Quel petto frigido,
protervo e rigido,
per me sarà.
Sinfonia
ANTINOO Cedan Marte ed Amore
ove impera beltà.
Chi non vince in onor non vincerà.
Penelope, m'accingo
in virtù del tuo bello all'alta prova.
(fa prova di caricar l'arco e non può)
Virtù, valor non giova.
Forse forza d'incanto
contende il dolce vanto.
Ah ch'egli è vero
ch'ogni cosa fedele
ad Ulisse si rende
e sin l'arco d'Ulisse, Ulisse attende!
PENELOPE Son vani, oscuri pregi
i titoli de' regi,
senza valor. Il sangue,
ornamento regale,
illustri scettri a sostener non vale.
Chi simile ad Ulisse
virtute non possiede
de' tesori d'Ulisse è indegno erede.
ULISSE Gioventude superba
sempre valor non serba,
come vecchiezza umile
ad ogn'or non è vile.
Regina, in queste membra
tengo un'alma sì ardita
ch'alla prova m'invita.
Il giusto non eccedo:
rinunzio il premio e la fatica io chiedo.
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Atto quarto Il ritorno di Ulisse in patria
PENELOPE Concedasi al mendico
la prova faticosa.
Contesa glorïosa,
contro petti virili un fianco antico
ché tra rossori in volti
darà 'l foco d'amor vergogna ai volti.
ULISSE Questa mia destra umile
s'arma a tuo conto, o cielo!
Le vittorie apprestate, o sommi dèi,
s'a voi son cari i sacrifizi miei.
(con l'arco saetta)
Qui tuona.
ANTINOO, ANFINOMO
E PISANDRO
Meraviglie, stupor, prodigi estremi!
Apparisce Minerva in macchina.
ULISSE Giove nel suo tuonar grida vendetta:
così l'arco saetta.
Sinfonia da guerra
ULISSE Minerva altri rincora, altri avvilisce;
così l'arco ferisce.
Alle morti, alle stragi, alle ruine!
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quinto
A T T O Q U I N T O
Scena prima
Iro solo.
IRO O dolor, o martir che l'alma attrista!
O mesta rimembranza
di dolorosa vista!
Io vidi i proci estinti;
i proci furo uccisi. Ah, ch'io perdei
le delizie del ventre e della gola!
Chi soccorre il digiun, chi lo consola?
Oh flebile parola!
I proci, Iro, perdesti,
i proci, i padri tuoi.
Sgorga pur quante vuoi
lagrime amare e meste,
ché padre è chi ti ciba e chi ti veste.
Chi più della tua fame
satollerà le brame?
Non troverai chi goda
empir del vasto ventre
l'affamate caverne;
non troverai chi rida
del ghiotto trionfar della tua gola.
Chi soccorre il digiun, chi lo consola?
Infausto giorno a mie ruine armato:
poco dianzi mi vinse un vecchio ardito,
or m'abbatte la fame,
dal cibo abbandonato.
L'ebbi già per nemica,
l'ho distrutta, l'ho vinta; or troppo fora
vederla vincitrice.
Voglio uccider me stesso e non vo' mai
ch'ella porti di me trionfo e gloria!
Chi si toglie al nemico ha gran vittoria.
Coraggioso mio core,
vinci il dolore! E pria
ch'alla fame nemica egli soccomba
vada il mio corpo a disfamar la tomba.
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Atto quinto Il ritorno di Ulisse in patria
Scena seconda
Deserto con Ombre de' proci, Mercurio.
[La si lascia fuori per essere malinconica.]
MERCURIO Dell'umana tragedia è questo il fine.
Regni, bellezza, amore
nel transito dissolve,
lo spirto vola e non riman che polve.
La morte è dèa possente,
abbatte ogni vivente
né ria speranza giova.
Chi non crede all'esempio
al fin non può negar fede alla prova.
Voi già proci superbi or placid'ombre,
prima principi illustri, or alme oscure
per man d'Ulisse il forte
gran ministro del ciel estinti foste,
ed or dopo goduta
la vagabonda libertà di morte
andrete profondati ove chi regna
a incrudelir insegna.
Chiaman le vostre colpe
precipizi d'averno,
voragini d'inferno,
ch'a' perfidi e crudeli
quando l'eterno danno ha il ciel prefisso
s'apre così l'abisso.
Qui s'apre scena infernale e si profondano l'Ombre de' proci.
Mercurio segue.
MERCURIO Imparate mortali,
sono di vostri brevissimi piaceri
i castighi immortali.
Stolti, sin che vivete,
vostri umani diletti
hanno la reggia in polve.
Mentre godono sol la carne, e i sensi,
e poi che morti siete
passa allo spirto un immortal
duro cambio infelice
gioir farfalla e tormentar fenice.
Continua nella pagina seguente.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quinto
MERCURIO Vostra vita è un passaggio,
non ha stato e fermezza;
se mai giunge bellezza
tramonta allor, ch'appena mostra un saggio.
Vivi cauto, o mortale,
che cammina la vita e 'l tempo ha l'ale,
e dove ingorda speme
vivendo non s'acquieta
dell'umana pazzia questa è la meta.
Scena terza
Reggia.
Melanto, Penelope.
MELANTO E quai nuovi rumori,
e che insolite stragi,
e che tragici amori.
Chi fu, chi fu l'ardito
che osò con nuova guerra
la pace intorbidar ch'hai tu negli occhi,
e trar disfatti a terra
quei templi che ad Amor furon eretti
in quei focosi petti?
PENELOPE Vedova amata, vedova regina,
nuove lagrime appresto;
insomma all'infelice
ogni amore è funesto.
MELANTO Così all'ombra de' scettri anco pur sono
malsicure le vite;
vicino alle corone
son le destre esecrande ancor più ardite.
PENELOPE Moriro i proci, e queste
da lor chiamate stelle
furon di quelle morti
assistenti facelle.
MELANTO Penelope, il castigo
dell'immortale fato
non consigliar che con lo sdegno e l'ira,
ché maestade offesa
esser giusta non può se non s'adira.
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Atto quinto Il ritorno di Ulisse in patria
PENELOPE Dell'occhio la pietate
si risente all'eccesso,
ma concitar il core
a sdegno ed a dolor non m'è concesso.
Scena quarta
Eumete e Penelope.
EUMETE Forza d'occulto affetto
raddolcisce il tuo petto.
Chi con un arco solo
isconosciuto diede
a cento morti il duolo,
quel forte, quel robusto
che domò l'arco e fe' volar gli strali,
colui che i proci insidiosi e felli
valoroso trafisse
rallegrati regina, egli era Ulisse!
PENELOPE Sei buon pastore Eumete,
se persuaso credi
contro quello che vedi.
EUMETE Il canuto, l'antico,
il povero, il mendico
che co' proci superbi
coraggioso attaccò mortali risse,
rallegrati regina, egli era Ulisse.
PENELOPE Credulo è il volgo e sciocco,
è la tromba mendace
della fama fallace.
EUMETE Ulisse io vidi, sì,
Ulisse è vivo, è qui!
PENELOPE Relator importuno,
consolator nocivo!
EUMETE Dico che Ulisse è qui.
Lo stesso 'l vidi e 'l so.
Non contenda il tuo no con il mio sì:
Ulisse è vivo, è qui!
PENELOPE Io non contendo teco
perché sei stolto e cieco.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quinto
Scena quinta
Telemaco e detti.
TELEMACO È saggio Eumete, è saggio,
è ver quel ch'ei racconta:
Ulisse, a te consorte ed a me padre,
ha tutte uccise le nemiche squadre.
Il comparir sotto mentito aspetto,
sotto vecchia sembianza,
arte fu di Minerva e fu suo dono.
PENELOPE Troppo egli è ver che gli uomini qui in terra
servon di gioco agli immortali dèi.
Se ciò credi ancor tu lor gioco sei.
TELEMACO Vuole così Minerva:
per ingannar con le sembianze finte
gli inimici d'Ulisse.
PENELOPE Se d'ingannar gli dèi prendon diletto
chi far fede mi puote
che non sia mio l'inganno,
se fu mio tutto il danno?
TELEMACO Protettrice de' Greci
è, come sai Minerva,
e più che gli altri
Ulisse a lei fu caro.
PENELOPE Non han tanto pensiero
gli dèi lassù nel cielo
delle cose mortali.
Lasciano ch'arda il foco e agghiacci il gelo,
figlian le cause lor piaceri e mali.
TELEMACO Togliti in pace il nero.
EUMETE Io lo dirò, ti seguirò.
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Atto quinto Il ritorno di Ulisse in patria
Scena sesta
Marittima.
Minerva e Giunone.
MINERVA Fiamma è l'ira, o gran dèa, foco è lo sdegno.
Noi sdegnose ed irate
incenerito abbiam di Troia il regno,
offese da un troian, ma vendicate;
il più forte fra' Greci ancor contende
col destin, con il fato:
Ulisse addolorato.
GIUNONE Per vendetta che piace
ogni prezzo è leggero.
Vada il troiano impero
anco in peggio di polvere fugace.
MINERVA Dalle nostre vendette
nacquero in lui gli errori;
delle stragi dilette
son figli i suoi dolori.
Convien al nostro nume
il vindice salvar, placar gli sdegni
del dio de' salsi regni.
GIUNONE Procurerò la pace,
ricercherò il riposo
d'Ulisse glorïoso.
MINERVA Per te del sommo Giove
e sorella e consorte
s'aprono nove in ciel divine porte.
Scena settima
Giunone, Giove, Nettuno, Minerva, Coro di Celesti e Coro marittimo.
GIUNONE Gran Giove, alma de' dèi, dio delle menti,
mente dell'universo,
tu che 'l tutto governi e tutto sei,
inchina le tue grazie a' prieghi miei.
GIUNONE
Ulisse troppo errò,
troppo, ahi, troppo soffrì;
tornalo in pace un dì:
fu divin il voler che lo destò.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quinto
GIOVE Per me non avrà mai
vota preghiera Giuno,
ma placar pria conviensi
lo sdegnato Nettuno.
Odimi, o dio del mar:
fu scritto qui, dove il destin s'accoglie,
dell'eccidio troiano il fatal punto.
Or ch'al suo fine il destinato è giunto
sdegno ozioso un gentil petto invoglia.
Fu ministro del fato Ulisse il forte:
soffrì, vinse, pugnò, campion celeste.
Per lui, mentre di cenere si veste,
cittadina di Troia errò la morte.
Nettun, pace o Nettun, Nettun, perdona
il suo duolo al mortal, ch'afflitto il rese.
Ecco scrive il destin le sue difese;
non è colpa dell'uom se 'l cielo tuona.
NETTUNO Son ben quest'onde frigide,
son ben quest'onde gelide,
ma sentono l'ardor di tua pietà.
Nei fondi algosi ed infimi
nei cupi acquosi termini
il decreto di Giove anco si sa.
Contro i feaci arditi e temerari,
mio sdegno si sfogò:
pagò il delitto pessimo
la nave che restò.
Viva felice pur,
viva Ulisse sicur!
CORO DI CELESTI Giove amoroso
fa il ciel pietoso
nel perdonar.
CORO MARITTIMO Benché abbia il gelo,
non men del cielo
pietoso il mar.
ENTRAMBI I CORI Prega, mortal, deh, prega,
che sdegnato e pregato un dio si piega.
GIOVE Minerva or fia tua cura
d'acquetar i tumulti
de' sollevati Achivi
che per vendetta degli estinti proci
pensano portar guerra
all'itacense terra.
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Atto quinto Il ritorno di Ulisse in patria
MINERVA
Rintuzzerò quei spirti,
smorzerò quegli ardori,
comanderò la pace,
Giove, come a te piace.
Scena ottava
Reggia.
Ericlea sola.
ERICLEA Ericlea, che vuoi far?
Vuoi tacer o parlar?
Se parli tu consoli,
obbedisci se taci.
Sei tenuta a servir, obbligata ad amar.
Vuoi tacer o parlar?
Ma ceda all'obbedienza la pietà;
non si dée sempre dir ciò che si sa.
Sinfonia
ERICLEA Medicar chi languisce, o che diletto!
Ma che ingiurie e dispetto
scoprir l'altrui pensier;
bella cosa talvolta è un bel tacer.
È ferità crudele
il poter con parole
consolar chi si duole e non lo far;
ma del pentirsi alfin
assai lunge è il tacer più che 'l parlar.
Ritornello
ERICLEA Bel segreto taciuto
tosto scoprir si può;
una sol volta detto
celarlo non potrò.
Ericlea, che farai, tacerai tu?
Insomma un bel tacer mai scritto fu.
Ritornello
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quinto
Scena nona
Penelope, Telemaco, Eumete, Ericlea.
PENELOPE Ogni nostra ragion se n' porta il vento.
Non ponno i nostri sogni
consolar le vigilie
dell'anima smarrita.
Le favole fan riso e non dan vita.
TELEMACO Troppo incredula!
EUMETE Incredula troppo!
TELEMACO Troppo ostinata!
EUMETE Ostinata troppo!
TELEMACO È più che vero.
EUMETE Di vero è più
che 'l vecchio arciero
Ulisse fu.
TELEMACO Eccolo che se n' viene
e la sua forma tiene.
EUMETE Ulisse egli è!
TELEMACO Eccolo affé!
Scena decima
Sopraggiunge Ulisse in sua forma, e detti.
ULISSE O delle mie fatiche
meta dolce e soave,
porto caro amoroso
dove corro al riposo.
PENELOPE Fermati, cavaliero,
incantator o mago!
Di tue finte sembianze io non m'appago.
ULISSE Così del tuo consorte,
così dunque t'appressi
a' lungamente sospirati amplessi?
PENELOPE Consorte io sono, ma del perduto Ulisse,
né incantesimo o magie
perturberan la fé, le voglie mie.
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Atto quinto Il ritorno di Ulisse in patria
ULISSE In onor de tuoi rai
l'eternità sprezzai,
volontario cangiando e stato e sorte.
Per serbarmi fedel son giunto a morte.
PENELOPE Quel valor che ti rese
ad Ulisse simile
care mi fa le stragi
degli amanti malvagi.
Questo di tua bugia
il dolce frutto sia.
ULISSE Quell'Ulisse son io
delle ceneri avanzo,
residuo delle morti,
degli adulteri e ladri
fiero castigator e non seguace.
PENELOPE Non sei tu 'l primo ingegno
che con nome mentito
tentasse di trovar comando o regno.
ERICLEA Or di parlar è tempo.
È questo Ulisse,
casta e gran donna; io lo conobbi all'ora
che nudo al bagno venne, ove scopersi
del feroce cinghiale
l'onorato segnale.
Ben ti chieggio perdon se troppo tacqui:
loquace femminil garrula lingua
per comando d'Ulisse
con fatica lo tacque e non lo disse.
PENELOPE Credere ciò ch'è desio m'insegna amore;
serbar costante il sen comanda onore.
Dubbio pensier, che fai?
La fé negata a' prieghi
del buon custode Eumete,
di Telemaco il figlio,
alla vecchia nutrice anco si nieghi,
ché il mio pudico letto
sol d'Ulisse è ricetto.
ULISSE Del tuo casto pensiero io so 'l costume,
so che 'l letto pudico
che tranne Ulisse solo altro non vide
ogni notte da te s'adorna e copre
con un serico drappo
di tua mano contesto, in cui si vede
col virginal suo coro
Diana effigiata.
Continua nella pagina seguente.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Atto quinto
ULISSE M'accompagnò mai sempre
memoria così grata.
PENELOPE Or sì ti riconosco, or sì ti credo,
antico possessore
del combattuto core.
Onestà mi perdoni,
dono tutto ad amor le sue ragioni.
ULISSE Sciogli la lingua, sciogli
per allegrezza i nodi!
Un sospir, un ohimè, la voce snodi.
PENELOPE
Illustratevi o cieli,
rinfioratevi o prati, aure gioite!
Gli augelletti, cantando,
i rivi mormorando or si rallegrino!
Quell'erbe verdeggianti,
quell'onde sussurranti or si consolino,
già ch'è sorta felice
dal cenere troian la mia fenice.
ULISSE Sospirato mio sole!
PENELOPE Rinnovata mia luce!
ULISSE Porto quieto e riposo!
PENELOPE, ULISSE Bramato sì, ma caro.
PENELOPE Per te gli andati affanni
a benedir imparo.
ULISSE Non si rammenti
più de' tormenti.
Tutto è piacer.
PENELOPE Fuggan dai petti
dogliosi affetti!
Tutto è goder!
PENELOPE E ULISSE Del piacer, del goder venuto è 'l di.
Sì, sì, vita, sì, sì core, sì, sì!
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Atto quinto Il ritorno di Ulisse in patria
Aggiunta al finale
Coro degli Itacesi, talvolta eseguito in teatro.
(Monteverdi, VIII libro di madrigali)
CORO Pugna spesso con l'uom fortuna e sorte:
spesso ei vede il destin di sdegno armato,
ma cede la fortuna e arride il fato
se s'arma di virtù l'uom saggio e forte.
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G. Badoaro / C. Monteverdi, 1640 Indice
I N D I C E
Personaggi...............................................3
Prologo....................................................5
Scena unica........................................5
Atto primo...............................................7
Scena prima........................................7
Scena seconda....................................9
Scena terza.......................................11
Scena quarta.....................................11
Scena quinta.....................................12
Scena sesta.......................................13
Scena settima....................................13
Scena ottava.....................................15
Scena nona.......................................17
Atto secondo.........................................19
Scena prima......................................19
Scena seconda..................................20
Scena terza.......................................21
Scena quarta.....................................21
Scena quinta.....................................22
Scena sesta.......................................23
Scena settima....................................24
Atto terzo..............................................26
Scena prima......................................26
Scena seconda..................................27
Scena terza.......................................28
Scena quarta.....................................28
Scena quinta.....................................29
Scena sesta.......................................30
Scena settima....................................31
Atto quarto............................................32
Scena prima......................................32
Scena seconda..................................33
Scena terza.......................................35
Atto quinto............................................39
Scena prima......................................39
Scena seconda..................................40
Scena terza.......................................41
Scena quarta.....................................42
Scena quinta.....................................43
Scena sesta.......................................44
Scena settima....................................44
Scena ottava.....................................46
Scena nona.......................................47
Scena decima....................................47
Aggiunta al finale.............................50
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Brani significativi Il ritorno di Ulisse in patria
B R A N I S I G N I F I C A T I V I
Ama dunque, sì, sì (Antinoo, Anfinomo, Pisandro e Penelope) ................................ 27
Di misera regina (Penelope) ......................................................................................... 7
Dolce speme il cor lusinga (Eumete e Ulisse) ............................................................ 23
Illustratevi o cieli (Penelope) ..................................................................................... 49
Ninfe serbate (Minerva e Ulisse) ................................................................................ 17
O padre sospirato (Telemaco e Ulisse) ....................................................................... 25
Sospirato mio sole! (Ulisse e Penelope) ..................................................................... 49
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